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lunedì 16 giugno 2008

Prima e Dopo

Fuori pioveva, di brutto. Sembrava notte, ma era primo pomeriggio. Marìa entrò nella stanza in penombra, e dietro di lei il fratellone Osvaldo.

– Maria, guarda!
“Valdo” girò un pomello bianco attaccato al muro, e nella stanza si accese di colpo una luce gialla, fortissima, come di cento candele. Osvaldo sorrideva, e indicava con il dito il centro volta. Da lì pendeva un palloncino di vetro che si indovinava appena dietro il suo fulgore freddo.
Maria vedeva per la prima volta la “luce elettrica”. Era il 1920, lei aveva quattro anni, e si trovava in una ricca cascina nel bel mezzo della Pampa argentina, al sud della provincia di Buenos Aires.

Ottanta ani dopo, quello era uno dei pochi ricordi della sua infanzia rimasti impressi nella memoria, e ce lo raccontava ogni tanto. L’esperienza di quel giorno fissò in lei per sempre l’idea che la corrente elettrica fosse un miracolo, un bene prezioso, conosciuto da quel momento in poi. Cioè, esisteva il prima e il dopo.

Maria, decenni prima della nostra fiammante moderna coscienza ecologista, staccava le spine degli elettrodomestici prima di andare a letto, accendeva la luce solo se strettamente necessario e faceva il bucato una volta alla settimana. E noi la si prendeva – segretamente - in giro.

* * * * *

Mario, quel 10 ottobre se lo ricorderà finché campa. Dieci anni prima, nel 1973, non aveva votato, perché ancora diciassettenne. Queste erano le sue prime elezioni da adulto, lui era diventato medico e aveva già 28 anni compiuti. In mezzo erano passati dieci anni, fatti di amici che sparivano, di sirene, bombe, di paura di uscire la sera, di libri sotterrati in giardino, di film vietati, di vivere sotto assedio.

Da quel 10 ottobre in poi, fu come se la libertà fosse nata. Di colpo. Mario insieme a tutti gli altri, era libero di fare un po’ ciò che gli pareva. Andare in giro la sera, senza documenti. Vedere “Novecento” al cinema. Opinare. Discutere di politica nei capannelli per strada.
E’ stato come tornare a casa, senza mai essere uscito dalla porta. La libertà sembrava un miracolo, un bene prezioso, comparso in quella giornata. Cioè, esisteva il prima, e il dopo.

Mario da quel giorno del 1983, non si perde una votazione, neanche un referendum, un rinnovo delle camere provinciali. E noi, oggi, lo si prende in giro.

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Ahmed, è nato dieci anni fa. Ha capito in fretta che sua madre è la sua unica fonte di amore, eppure la vede già come un’essere inferiore, senza voce, un po’ indegna di stare con papà. Sente che lei ha bisogno di lui e cerca conforto e un po’ di allegria nel suo piccolo cucciolo.
Ha capito in fretta che Dio odia i nostri nemici, e noi dobbiamo odiarli allo stesso modo. Che non c’è uomo da rispettare al di fuori del nostro villaggio polveroso. Ha capito in fretta che quelli di fuori fanno mancare l’acqua, il grano, e invece sono stati molto bravi a disseminare nel paese centinaia di migliaia di bombe codarde che esplodono apposta vicino ai bambini e alle madri.

Lui non vedrà la luce accendersi e tagliare in due la storia. Lui voterà per un candidato unico e odiato.

Ahmed, da dieci anni vive nell’inferno. E noi, da lontano, lo si piange al cinema o davanti alla tv, per dieci minuti all’anno, quando lo vediamo senza gambe, ringraziando Dio per tutto quello che gli è stato dato.

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Niente capita di colpo, Prima e Dopo, sotto certe circostanze. Certe circostanze sono scritte con la violenza e il dolore, con i Dogmi, con la scusa della religione e di Dio, per molte generazioni una dopo l’altra, e non verranno spazzate via in una settimana. Non ci sarà Prima e Dopo. Chissà cosa ci sarà. Noi aspettiamo, come abbiamo fatto finora.


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