
Io amo i supermercati. Da piccolo, trascinavo a forza i miei genitori i sabati pomeriggio all’autoservice (si chiamavano così una volta, a Buenos Aires) che in realtà era un grosso negozio di alimentari, come i mini-supermercati di oggi, con i carrelli e le casse elettroniche con il display luminoso e i tasti che facevano beep. La possibilità di prendere con mano gli articoli poi, senza l’ausilio dell’addetto al banco, era una grande soddisfazione per i miei umili dieci anni. C’erano tutti i biscotti che potevi immaginare, le saponette colorate, le patatine, i cosi di mais, la pizza pronta, le lattine di coca, e finiva tutto nel vecchio carrello ossidato, nell'attesa del passaggio in cassa.
Poi sono cresciuto, e la vita mi ha fatto incontrare, questa volta in Italia, con un iper-mercato, e questa volta di là del bancone, dove invece di spendere i soldini, mi beccavo uno stipendio mensile e d ero nel posto dei miei sogni. Certo, dei sogni fatti di cartone, di cellophane, finti e semplici. Per capirmi dovresti come me godere alla vista di uno scaffale carico, amare i cartellini dei prezzi in perfetta corrispondenza con la merce che descrivono, capire la disposizione dei prodotti, quale logica gli ha messi insieme o gli ha separati, come mai ad esempio lo zucchero si trova agli antipodi del sale nel settore alimentari.
Nella mia breve esperienza nella GDO ho visto tante cose curiose, lo specchio all'ingresso per mostrarti come "ti vede il cliente", il "BGA" (buongiornograziearrivederci), le squadre che alle quattro del mattino caricano i banchi, la sicurezza in borghese che spinge finti carrelli e becca i ladri al volo...
Da i miei dieci anni fino i miei ventitré, la Grande Distribuzione aveva inventato il codice a barre, il pallet, la capacità lineare, il treperdue, la testa di gondola, il marchio proprio, e aveva capito che poteva tenere i fornitori per le palle intanto che doveva cullare i clienti come neonati abbandonati davanti alle porte automatiche.
Ai miei occhi, tutto ciò dimostra e mette in risalto ancora una volta la grandezza dell’uomo inteso come figlio di una forza superiore, votata alla bellezza e all’amore. Anche voi l’avrete pensato più di una volta, varcando l’ingresso illuminato a giorno del vostro iper di fiducia.
Ma la felicità che incontro quando vado a fare la spesa, ha il suo rovescio della medaglia. E cioè, la spesa ha un inizio ed una fine. Le tecniche che ho sviluppato negli anni per accelerare il più possibile l'evasione del post-it attaccato al manubrio del mega-carrello falliscono in miseria quando sono a pochi centimetri dell'uscita. Quello davanti a me, siccome siamo in Italia, paga in contante. E già lì mi diventa antipatico. Poi la cassiera, senza pensarci due volte pone l'orrenda domanda:
- Sono centoeventuno-e-settantasei. Ha mica un euro e settantasei?
Quanto segue è il replay di uno spettacolo dantesco. L’imbecille di turno pronuncia il fatidico “– si, ho tutte le monete che vuole anzi mi fa un favore perché queste monetine veramente non so cosa farmene che fastidio!non valgono niente l'euro vabbene ma i centesimi neanche i miei bimbblablablablablabla” e mentre sbava parole insensate si rivolta le diciassette tasche dello stramaledetto giaccone, portafoglio, pantaloni dove man mano trova monete di tutti i diametri che si accumulano in mano, poi stende il suo schifoso mucchietto di rondelle verso la cassiera offrendole soddisfatto il tesoretto. E' chiaro che non ha ascoltato la cifra pronunciata dalla tipa, e si comporta di conseguenza come un bambino ritardato. La suddetta preleva una due tre quattro cinque sei
Come mi sta sulle palle quando ti chiedono le monete!
1 commenti:
Anche a me!
Ma sei argentino? Perchè non fai un post sulla mia adorata FIAT 125?
vai a vedere un filmatino semidisastrato sul mio canale! Ciauu
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