won’t you come out to play?
Capita di ascoltare un brano musicale, addirittura un intero album, fino ad arrivare al punto di ricordare ogni nota, ogni timbro, ogni inflessione delle voci, e cristallizzarlo nella mente. Quante volte può una persona ascoltare “Stairway to Heaven” o “Let it be” o metti la canzone che ami di più, prima che arrivi il rifiuto, la noia, e la testa chiede per favore di non buttare altri quattro minuti della tua vita restando inerme di fronte allo stereo, ascoltando qualcosa che sai a memoria? A me capita molte volte, di sentire il bisogno di fermare il cd o cambiare radio quando parte uno di quei brani amatissimi ma ormai incorporati e digeriti tante volte di poter “ascoltarli” a memoria senza bisogno di supporti esterni.
Eppure, a volte capitano miracoli. Compare all’improvviso quel accordo, quella battuta che annuncia i minuti seguenti, e tu rimani lì, come un cane che ascolta un fischietto, la memoria che tenta di isolare il nome della canzoncina… ed è come ascoltarla per la prima volta. Scopri che una canzone di trent’anni fa è registrata che sembra ieri, i suoni sono moderni, la performance è perfetta, il testo ti emoziona di nuovo…
Mi è capitato con la canzone del titolo, Dear Pudence. Ci sono ritornato di proposito, dopo un “input” durante un concerto in Sardegna del favoloso Pat Metheny, in cui i musicisti, durante una lunga jam, accennarono il brano, dietro suggerimento del pianoforte di Antonello Salis. Grande gioia capire che loro, quei “mostri” sul palcoscenico valutano il tuo amato brano meritevole di essere interpretato. Anzi, trattandosi di Pat – e conoscendo la sua “deontologia” - sicuramente avrà riflettuto a lungo prima di avventurarsi a suonare un pezzo dei fab four. Sono state poche meravigliose battute ma hanno riacceso in me la meraviglia ed il fascino di un brano emozionante, semplice, fresco, perfetto.
Se non lo conoscete, date una “ascoltata”, possibilmente in una giornata soleggiata!
Capita di ascoltare un brano musicale, addirittura un intero album, fino ad arrivare al punto di ricordare ogni nota, ogni timbro, ogni inflessione delle voci, e cristallizzarlo nella mente. Quante volte può una persona ascoltare “Stairway to Heaven” o “Let it be” o metti la canzone che ami di più, prima che arrivi il rifiuto, la noia, e la testa chiede per favore di non buttare altri quattro minuti della tua vita restando inerme di fronte allo stereo, ascoltando qualcosa che sai a memoria? A me capita molte volte, di sentire il bisogno di fermare il cd o cambiare radio quando parte uno di quei brani amatissimi ma ormai incorporati e digeriti tante volte di poter “ascoltarli” a memoria senza bisogno di supporti esterni.
Eppure, a volte capitano miracoli. Compare all’improvviso quel accordo, quella battuta che annuncia i minuti seguenti, e tu rimani lì, come un cane che ascolta un fischietto, la memoria che tenta di isolare il nome della canzoncina… ed è come ascoltarla per la prima volta. Scopri che una canzone di trent’anni fa è registrata che sembra ieri, i suoni sono moderni, la performance è perfetta, il testo ti emoziona di nuovo…
Mi è capitato con la canzone del titolo, Dear Pudence. Ci sono ritornato di proposito, dopo un “input” durante un concerto in Sardegna del favoloso Pat Metheny, in cui i musicisti, durante una lunga jam, accennarono il brano, dietro suggerimento del pianoforte di Antonello Salis. Grande gioia capire che loro, quei “mostri” sul palcoscenico valutano il tuo amato brano meritevole di essere interpretato. Anzi, trattandosi di Pat – e conoscendo la sua “deontologia” - sicuramente avrà riflettuto a lungo prima di avventurarsi a suonare un pezzo dei fab four. Sono state poche meravigliose battute ma hanno riacceso in me la meraviglia ed il fascino di un brano emozionante, semplice, fresco, perfetto.
Se non lo conoscete, date una “ascoltata”, possibilmente in una giornata soleggiata!

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