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lunedì 22 giugno 2009

mercoledì 10 giugno 2009

Quale strategia - 6 punti per farcela


Il nano ha preso il 37%, meno delle aspettative. E allora? La Lega ha il 10, Tonino l'8, La DC il 6. Fate le somme, poco da festeggiare. Questi staranno qui per un bel po' ancora. Come sopravvivere? Quale strategia? Ecco, i miei 6 punti da seguire per vivere e lasciar governare.

1. Usa i paraocchi Vai per la vita senza guardare in faccia i tuoi simili. Credimi, è meglio. Tipo, in macchina: al semaforo, fai finta di essere un cieco al volante. E non discutere con nessuno. Non suonare! Quello davanti, quello dietro, il vecchietto in bici: tutti fascisti. Picchiano. Cerca di fare la spesa su internet per diminuire al minimo i contatti. Usa il Telepass. Prendi il caffè alle macchinette. Fai benzina al Self. Sii creativo.

2. Media: evita la realtà Guarda solo i canali fiction di Sky, e solo produzioni americane. Così sei sicuro di non imbatterti nell'attualità italiana (beh, lascia stare I Sopranos). Evita accuratamente tutti i TG, e ricordati che fra primo e secondo tempo dei film Mediaset, c'è il TGCom. Molla per sempre radio diggei, capital, ecc. Consiglio Virgin, al massimo RMC, ma a rischio. Molto meglio media preconfezionati da te tipo compilazioni mp3 di musica anni 80 (la meno impegnata della storia della cultura umana). Fatti l'abbonamento al noleggio dvd (self), e sbracati i weekend con commedie americane, film di azione (non guerra) americani, documentari non politici. Fiondati a tutti i concerti che vuoi, ma evita accuratamente gli artisti italiani. Quelli non ancora censurati sono una noia comunque. Giornali: mai più. Abbonati a Panorama: lì sei in una botte di ferro. E brucia la collezione del Vernacoliere.

3. In pubblico, attenzione: mai alzare gli occhi al cielo quando uno ti dice che vota Lega, o che i rumeni vanno deportati. Probabilmente il tuo interlocutore è un povero comunista mimetizzato come te. Non si sa mai!

4. In famiglia, non ti sbattere a dare lezioni di civiltà ai figli. Quelli sono già persi nelle stanze del Grande Fratello. Bene per loro, te lo dico con una mano nel cuore. E' meglio così, lo vivi nella propria pelle la sofferenza del capire. Piuttosto, fai affidamento sulla scuola. Loro sanno come fare maturare la coscienza e l'umanità dei tuoi pargoli (battuta).

5. Il tuo impegno civile? Cazzate. Pensa che i poveri, i vecchi, i malati, tutti hanno votato Nano. Non ti meritano.

6. Passare a l'altra sponda: è questo è il vero consiglio, ragazzo mio. Che fai, ti rintani per i prossimo vent'anni? (l'altra volta è durata così tanto). Guarda che di là, è pieno di opportunità, e di tante altre cose. La vita si vive una volta sola! Auguri!

lunedì 8 giugno 2009

La Lega Nord Sud


Cosa fa una azienda per crescere? Si espande: conquista nuovi territori per ampliare la base dei propri clienti. In Italia, c'è un partito politico, la Lega Nord, che potrebbe affrontare in questo modo una espansione verso sud che di fatto lo convertirebbe nel primo partito nazionale.
Perche non è vero che la Lega è anti-meridionale: la Lega in realtà c'è l'ha esclusivamente con gli intellettuali, gli stranieri, i gay, gli atei, gli ebrei, ecc. La xenofobia e l'odio sono giustamente i suoi cavalli di battaglia. E quanti a sud di Roma non salirebbero sul carro ( o carroccio) di una bella squadra di picchia-negri? Secondo me, sarebbe una esplosione di partecipazione popolare e festosa.

E' una idea, no?

Non mi viene in mente il nome da dare ad una trovata così. Tipo "Lega Italiana" Magari a voi... proponete qualcosa nei commenti.

Grazie in anticipo!

mercoledì 10 settembre 2008

Stanley, Marcus & Victor - nuovo CD


Stanley, Marcus e Victor - Cd e tour


I ragazzi si sono trovati nel 2006 al Bass Player Live, dove "V" e "M" erano stati chiamati per conferire al loro papà artistico ("S") un premio alla carriera. C'è stata una performance live dove i tre suonarono "School Days" rimanendo loro stessi impressionati dall'inter-play generatosi. E fu allora che al prolifico e più giovane Victor Wooten venne in mente di fare qualcosa di più formale insieme. In mezzo alle loro fittissime agende (soprattutto di Miller e Wooten), sono riusciti a trovarsi e mettere insieme questi tredici pezzi che includono brani nuovi composti per l'occasione, e molti riferimenti a pezzi dei tre.


Il timore di qualsiasi ascoltatore davanti a un cd del genere è quello di trovarsi di fronte a una palla roboante di basse frequenze, slaps, scale a velocità ultrasoniche, e altre amenità. Invece i ragazzi hanno volato basso (per i loro standard, chiaro), preferendo la musicalità al virtuosismo. La inconfondibile produzione di Miller apporta chiarezza, sontuosità e raffinatezza al tutto. Lo stesso Miller ai fiati, Chick Corea e Gorge Duke al piano e tastiere aggiungono un po' di ricchezza timbrica che rischiava di mancare. I brani sono ben assortiti, anche se gli stili dei tre si sovrappongono, essendo nati praticamente dalla stessa radice. Le parti sono distribuite quasi sempre come un basso che suona la "base" e gli altri due che duettano dialogando e improvvisando. Il brano che apre il disco sorprende per l'intro orchestrata, che sbocca in (...). Segue il brano che dà titolo all'album, "Thunder", ed è veramente divertente. Il suono dei bassi è incredibilmente portentoso, accentato dal ritmo moderato ma trascinante, e dalle armonie maestose del chorus. L'impulso ad imbracciare il proprio basso e suonare insieme ai tre è irresistibile. Clarke suona le sue famose quinte, Miller sostiene la impalcatura e Wooten è a carico delle melodie. "Classical Thump" è un brano di Wooten dal suo disco "Show of Hands" ed è stato usato come base per una jam session. Alcuni brani risulteranno familiari ai jazz fans, "Tutu" è un brano di Miller scritto per Miles Davis, e si possono ascoltare segmenti di "Quiet Afternoon" e "Silly Putty", di Stanley Clarke. In "'Lil Victa" tutti e tre uniscono i propri strumenti, portando Clarke la melodia su un registro molto alto (Clarke suona il "basso tenore" quasi per tutto il CD). L'ultimo "Grits" è un caldissimo brano jazz-funk e sembra fatto apposta per dare spazio a fantastici assoli, che è quello che uno si aspetta di ascoltare in un disco del genere.
Non è difficile, per chi ha ascoltato separatamente i tre nei propri album, distinguere il suono di ognuno di loro. Magari sarebbe stato bello avere un po' più di informazione dal booklet allegato in questo senso. Comunque è un disco che ogni bassista dovrebbe ascoltare con attenzione, e cercare di incorporare al proprio repertorio tecnico e musicale qualcosa di questi tre fenomeni che oggi sono indiscutibilmente in cima all'Olimpo delle quattro (cinque, sei) corde.

mercoledì 6 agosto 2008

Jamie, you are right!

Gambero Rosso Channel è un’enorme fonte d’ispirazione per un blogger. Soprattutto se la famiglia del blogger guarda SOLO quel canale, sottoponendo il malcapitato a interminabili ore di padelle, forni, prosciutti e vino in quantità. Non è il mio caso, sia chiaro.

Allora, l’altro giorno mi sono goduto una puntata di “Jamie’s Great Italian Escape”, una serie di episodi che raccontano il viaggio alla scoperta dell’Italia gastronomica dello strafigo baby-face Jamie Oliver, di professione chef inglese.

L’episodio in questione, girato ad Altamura, provincia di Bari, documenta la visita di Jamie presso una mensa scolastica. Credetemi, sono cinque minuti di tv che ogni italiano dovrebbe guardare. E riflettere.

Jamie, appena prima del suo trip in Italia, aveva girato un’altra serie di episodi basati sulla sua campagna contro il cibo spazzatura dato in pasto ai bambini nelle mense scolastiche del suo paese. Essendo riuscito a cambiare (la tv serve a qualcosa oltremanica) non poche cose riguardo la disastrata situazione della dieta britannica, voleva adesso fare un confronto con il nostro caro Bel Paese.

Il biondino è rimasto sbalordito da quello che ha visto, appena messo piede in quella mensa. Ampi spazi, macchinari all’avanguardia, pulizia maniacale, personale competente, calma e professionalità. Cibi biologici, pasta, formaggio, verdure, carne, frutta! Per lui vedere i menù integrati di frutta e verdura è stato come un miraggio. E niente fritture. Il fritto è vietato nelle mense. No patatine – no hamburger – no finto pollo/pesce fritto. In più, i bambini italiani (noooo!) distinguono una melanzana da un finocchio, conoscono i carciofi, i tipi di pomodoro… E quanto costa un menù fatto in questo modo? lo stato italiano spende per un pranzo di un bimbo a scuola (almeno in Puglia) il triplo della cifra messa a disposizione dal governo inglese. Ah, ecco.

Le mie reazioni:

a) “speriamo che Mr B. e il suo amico Giuliano T. non vedano questo programma” e

b) “cosa succede a questo cibo nel tragitto tra la mensa e la tavola dei bimbi a scuola?”

Penso (b), perché a sentire i genitori dei bimbi in età scolastica, il cibo della mensa italiana è uno schifo immondo, roba da dare al cane, o peggio, roba da bambini del Biafra. E allora, mi dico, succede qualcosa di tremendo nel tempo/spazio intercorso fra la preparazione dei piatti, e il pranzo dei piccoli esseri. Come può essere possibile, da un lato l’eccellenza, dall’altro il Biafra.

O sarà che i nostri figlioletti sono stati EDUCATI al piagnucolio, al lamentarsi, alla ricerca della finta qualità della vita confusa con il semplice cibarsi. Sarà mica che i genitori AMANO poter dire che la mensa è orrenda, che la pasta è scotta (Dio!), che le polpette di oggi sono lo stufato di ieri, che “come fai a dare i broccoli a un bambino!”; sarà mica che ci piace infondere nei piccoli il rifiuto di qualsiasi cosa che non raggiunga la nostra perfezione, cha abbia un gusto leggermente diverso, che cambi minimamente le abitudini tribali della nostra tavola?

I nostri bimbi, tranne tristissime eccezioni, oggi vivono nella zona paradisiaca del pianeta. E anche noi. Vedrete, ci renderemo conto troppo tardi… ma questa è un’altra storia.

Potete vedere Jamie Oliver su RAISAT Gambero Rosso tutte le sere alle 22:00.

martedì 29 luglio 2008

Guernica


Guernica è un paesino a 30 km da Buenos Aires. Se non mi credete, andate a controllare.

Guernica è anche il nome di una città spagnola, che a sua volta diede il suo nome alla più drammatica delle opere d’arte dedicate alla guerra del XXmo secolo.

Non sono coincidenze. Il fondatore della località argentina forse era un emigrante dalla omonima spagnola. E non avrebbe sicuramente immaginato che l’orrore potesse essere ereditato in modo così trasparente e crudele.


Nel novembre del 1978 avevo 12 anni. Mio padre aveva acquistato un piccolo terreno a Guernica, come investimento (del tutto sbagliato) e per passarci le domeniche a coltivare piante da frutto ed altro - da buon italiano.

A un centinaio di metri, una famiglia amica si era costruita una casa per i weekend, con tanto di monumentale barbecue e campo da bocce. Così, nei mesi estivi, da settembre a maggio, si passava il fine settimana nel paesino di campagna.

Poco a poco, il luogo si è popolato di casette prefabbricate, poco più di baracche di legno pressato, senza fondamenta, acqua corrente ne fogne. Era comunque un piazzamento molto più dignitoso di una qualsiasi baraccopoli metropolitana.

Una domenica di quel novembre, una nuova “prefabricada” comparve, piccola ed azzurra, molto vicino al nostro pezzo di terra. “Bebe”, il capofamiglia nostro amico, informa mio padre riguardo i nuovi vicini.

- “Sono due ‘lisiaditos’ (handicappati), poverini. Hanno una bimba piccola. Che vita, dio mio.”

Nel ascoltarlo, sentì subito qualcosa fra la pietà e la simpatia per quei ragazzi. Avrei voluto conoscerli.

Il weekend successivo, tutto era finito. “Bebe”, tradendo qualcosa fra la furia e l’incredulità, raccontò:

- “Se li sono portati via. Di notte. Hanno buttato giù la porta. Vai a vedere.”

La porta di ingresso, infatti, non c’era più. Dentro, si intravedeva il nulla, assi di legno, disordine fatto con violenza.

Non si seppe più nulla dei tre della casetta, per molto tempo.

Anni dopo, la storia di Jose’ Poblete, Gertrudis Hlaczik e loro figlia Claudia uscì allo scoperto. Jose’ era cileno, aveva perso le gambe in un incidente di lavoro, ed era riuscito attraverso una associazione politica di handicappati peronisti, a fare passare una legge per l’assunzione presso l’impiego pubblico del 5 % di personale appartenente a quella categoria. Questa conquista gli costò la propria vita e quella della sua compagna. Il 28 novembre 1978 sono stati sequestrati, e la bimba portata via. Josè aveva 23 anni. I suoi carcerieri si divertivano a buttarlo giù per le scale del centro di torture “Olimpo”.

Claudia scoprì dopo vent’anni di essere stata allevata dagli assassini dei suoi veri genitori, e adesso grazie ai processi conclusi in questi giorni, lei è insieme alla sua nonna biologica e i suoi “genitori” adottivi in prigione.

I corpi di Josè e Gertrudis non sono mai stati ritrovati.

Quando guardate “Guernica”, pensate anche a loro.

Steve Swallow: Gary Burton Quartet revisited European Tour


visti a Genova e Nizza, luglio ’08

musicisti: Gary Burton, Pat Metheny, Steve Swallow, Antonio Sanchez.

Questo quartetto, “rivisitato” per l’occasione di questo tour mondiale, ha sulle spalle una storia molto lunga, e il pregio di aver ospitato Mr Metheny quando era Mr Nessuno, agli inizi degli anni ’70.
Steve Swallow ha collaborato in tutte delle formazioni del quartetto partecipandovi sia come bassista, sia come autore.


Steve ha più di quaranta anni di esperienza sul palco, e sfoggia una strumentazione ed una tecnica fuori dal normale; merita di essere visto dal vivo per apprezzarne l’enorme talento ed esperienza.

Due cose colpiscono lo spettatore: lo strumento di Steve, un signature Citron che potete vedere qui , accordato EADGC, e la tecnica che adopera, soprattutto per quanto riguarda la mano destra. Steve suona con il plettro fatto di rame, appoggiando medio anullare e mignolo aldisotto della prima corda, all’altezza del manico. Il suono che ne ricava è – come potete immaginare – molto corposo e carico di bassi, contributo anche dell’ampia cassa di risonanza del suo strumento. Il suono del suo basso, in più, sovente raggiunge la saturazione degli ingressi del ampli, causando una notevole distorsione del range più basso. Steve utilizza queste timbriche distorte sull’ultima corda con grande abilità e personalità.


In questo quartetto, la musica porta il basso a fare linee molto solide dove appoggiare i virtuosismi dei solisti, ma nel contempo ad essere molto presente e autoritario. Quando lasciato da solo, Steve sviluppa melodie improvvisate di alto livello, mantenendo comunque il potente groove insieme ad Antonio Sanchez, che in questo tour ha di certo beneficiato dell’esperienza dell’anziano bassista per misurarsi e adattare il suo vocabolario ad un quartetto jazz.


Potete ascoltare il Gary Burton Quartet qui:

http://www.ibs.it/disco/0042282919120/gary-burton/ring.html?shop=1

http://www.ibs.it/disco/0042283501621/gary-burton/passengers.html?shop=1


e un piccolo brano di Swallow con il suo basso Citron qui:

http://www.citron-guitars.com/SoundFiles/Swallow.html


lunedì 16 giugno 2008

Prima e Dopo

Fuori pioveva, di brutto. Sembrava notte, ma era primo pomeriggio. Marìa entrò nella stanza in penombra, e dietro di lei il fratellone Osvaldo.

– Maria, guarda!
“Valdo” girò un pomello bianco attaccato al muro, e nella stanza si accese di colpo una luce gialla, fortissima, come di cento candele. Osvaldo sorrideva, e indicava con il dito il centro volta. Da lì pendeva un palloncino di vetro che si indovinava appena dietro il suo fulgore freddo.
Maria vedeva per la prima volta la “luce elettrica”. Era il 1920, lei aveva quattro anni, e si trovava in una ricca cascina nel bel mezzo della Pampa argentina, al sud della provincia di Buenos Aires.

Ottanta ani dopo, quello era uno dei pochi ricordi della sua infanzia rimasti impressi nella memoria, e ce lo raccontava ogni tanto. L’esperienza di quel giorno fissò in lei per sempre l’idea che la corrente elettrica fosse un miracolo, un bene prezioso, conosciuto da quel momento in poi. Cioè, esisteva il prima e il dopo.

Maria, decenni prima della nostra fiammante moderna coscienza ecologista, staccava le spine degli elettrodomestici prima di andare a letto, accendeva la luce solo se strettamente necessario e faceva il bucato una volta alla settimana. E noi la si prendeva – segretamente - in giro.

* * * * *

Mario, quel 10 ottobre se lo ricorderà finché campa. Dieci anni prima, nel 1973, non aveva votato, perché ancora diciassettenne. Queste erano le sue prime elezioni da adulto, lui era diventato medico e aveva già 28 anni compiuti. In mezzo erano passati dieci anni, fatti di amici che sparivano, di sirene, bombe, di paura di uscire la sera, di libri sotterrati in giardino, di film vietati, di vivere sotto assedio.

Da quel 10 ottobre in poi, fu come se la libertà fosse nata. Di colpo. Mario insieme a tutti gli altri, era libero di fare un po’ ciò che gli pareva. Andare in giro la sera, senza documenti. Vedere “Novecento” al cinema. Opinare. Discutere di politica nei capannelli per strada.
E’ stato come tornare a casa, senza mai essere uscito dalla porta. La libertà sembrava un miracolo, un bene prezioso, comparso in quella giornata. Cioè, esisteva il prima, e il dopo.

Mario da quel giorno del 1983, non si perde una votazione, neanche un referendum, un rinnovo delle camere provinciali. E noi, oggi, lo si prende in giro.

* * * * *

Ahmed, è nato dieci anni fa. Ha capito in fretta che sua madre è la sua unica fonte di amore, eppure la vede già come un’essere inferiore, senza voce, un po’ indegna di stare con papà. Sente che lei ha bisogno di lui e cerca conforto e un po’ di allegria nel suo piccolo cucciolo.
Ha capito in fretta che Dio odia i nostri nemici, e noi dobbiamo odiarli allo stesso modo. Che non c’è uomo da rispettare al di fuori del nostro villaggio polveroso. Ha capito in fretta che quelli di fuori fanno mancare l’acqua, il grano, e invece sono stati molto bravi a disseminare nel paese centinaia di migliaia di bombe codarde che esplodono apposta vicino ai bambini e alle madri.

Lui non vedrà la luce accendersi e tagliare in due la storia. Lui voterà per un candidato unico e odiato.

Ahmed, da dieci anni vive nell’inferno. E noi, da lontano, lo si piange al cinema o davanti alla tv, per dieci minuti all’anno, quando lo vediamo senza gambe, ringraziando Dio per tutto quello che gli è stato dato.

* * * * *

Niente capita di colpo, Prima e Dopo, sotto certe circostanze. Certe circostanze sono scritte con la violenza e il dolore, con i Dogmi, con la scusa della religione e di Dio, per molte generazioni una dopo l’altra, e non verranno spazzate via in una settimana. Non ci sarà Prima e Dopo. Chissà cosa ci sarà. Noi aspettiamo, come abbiamo fatto finora.


martedì 10 giugno 2008

Il Liga, rusticizzato


L’altro giorno ascoltavo distrattamente alla radio una breve intervista a Luciano Ligabue. In mezzo al discorso, il cantante annunciò la “svolta” dovuta al cambio di produttore artistico. Il nuovo produttore del Liga è Corrado Rustici.

Lì per lì, la cosa mi aveva lasciato un po’ indifferente. Ma qualcosa non andava, si sentiva nel commento del cantautore. La frase è stata del tipo “adesso il suono è diverso, la gente giudicherà se più bello di prima o meno, o se sia comunque il caso di giudicare.”
E quando ho sentito "Il centro del mondo", il brano che anticipa il CD, ho capito.

Corrado Rustici è uno di quei musicisti – produttori che lasciano il segno su quello che fanno. Io non seguo particolarmente da vicino il mondo del rock italiano, ma per esempio me lo ricordo come chitarrista e produttore di Oro Incenso e Birra. Cioè, roba veramente grossa, fatta molto bene. Quel disco lo ricordo perché è stato praticamente la prima cosa che ho ascoltato appena arrivato in Italia nel 1989. E mi era piaciuto tanto, più che altro per l’eccezionale base ritmica. Le cose che meno mi piacevano erano precisamente la chitarra, e alcuni brani secondo me rovinati dalla produzione troppo presente (la “Diamante” di quel disco oggi non la reggo – e voi?). Il disco aveva una qualità timbrica notevole, l’audio era veramente fuori dalla norma. Beh, l’avevano registrato ai Real World Studios (gli studi di proprietà di Peter Gabriel), e diciamo che quello poteva aiutare.
Mr Rustici non è un cretino. Tutt’altro. Ma non è nemmeno Steve Lillywhite, Daniel Lanois, Prince o uno dei Chemical Brothers. Gli manca anche il minimo accenno di originalità – e coerenza. Ascoltate il brano del Liga, che in fondo non è brutto. Ma ragazzi, dopo il primo minuto, che può risultare anche carino la prima volta, questa musichetta diventa insopportabile.

E poi, io capisco quanto sia difficile inventare cose nuove, sonorità belle e originali. Tutti copiano. Ma qua è una roba vergognosa. Ogni cinque battute ti sembra di sentire un disco diverso, ma che hai già ascoltato altrove. Il povero Luciano canta come se fosse seduto sul letto e leggesse il testo di qualcun altro, per la prima volta. Sotto, un gallinaio di chitarre compresse, batterie compresse, tappetti del secolo scorso (compressi), completamente staccatti dalla voce. Questa è l’impressione che ho avuto all’inizio, e ad ogni passaggio alla radio la cosa peggiora.

Rustici potrà replicare “non è che prima i dischi di Ligabue fossero questa spruzzata di originalità”. Ma parliamo di dischi fatti di chitarre rock, ritmi rock e voce rock, e cercavano di emulare, con discreto successo, i dischi degli eroi del rockandroll americano contemporaneo. Rustici ci ha tolto il piacere dei La maggiore schitarrati, e non ci ha dato gli U2 in cambio. In più, ho letto che ha chiesto di sostituire batterista e altri membri della band, con dei musicisti "più bravi", stranieri. Che peccato.

Luciano: tu hai già capito di aver sbagliato. Agisci.

Caro lettore: se vuoi capire quanto può essere noioso pedante ed egocentrico un sito web, vai a www.corradorustici.com. Troppo bello!

lunedì 9 giugno 2008

Chiudi, che c'è vento.


Se viaggiate all’estero, avrete forse incrociato, sulle colline della Provenza al sud della Francia, o sulle coste scandinave, o sulla meseta iberica, ma si, dappertutto, quelle “ventole” altissime e bianchissime che girano maestose, producendo elettricità. E’ una delle soluzioni (non la migliore né la più performante) al problema delle energie non rinnovabili che oggi usiamo. Un singolo, grosso ventolone (turbina eolica per essere preciso) può alimentare per esempio una azienda agricola e qualche abitazione privata nelle vicinanze; l’ho visto con i miei occhi, in Danimarca. L’energia prodotta e non consumata, viene venduta ad altri fornitori più grossi tipo l’Enel di turno che sarà poi in grado di immetterla nei circuiti nazionali di distribuzione. Questo tipo di soluzione viene utilizzata già da qualche decennio in svariati paesi dell’Europa.



Ma... come mai in Italia non si vedono queste turbine? Perché …


a) … in Italia, si è sempre indietro per quanto riguarda la tecnologia. Chiaro, se tralasciamo l’importante contributo nostrano alla diffusione dei cellulari, agli SMS, alle suonerie, cioè roba veramente importante. Non è una critica, è così e basta.


b) … rovinano il paesaggio.

– “Pssst. Scusa, ripeti per favore?”

–“Ma, niente, i Verdi dicono che rovinano il paesaggio.”
“Ah… vabbè. E cos’altro dicono?”

–“Mah, cose tipo che prima di adoperare le turbine, bisognerebbe convincere la gente ad usare l’elettricità solo nelle giornate di vento.”
“Mischia, non fa una grinza! che ridere! hahahahahaaaa! ti dirò, è da sempre che mi stanno simpatici questi ragazzi.”
–“Ma chi? Ripa di Meana?”

“ e cos’altro dicono? fammi ridere, dai.”
–“Mah, mettono in collegamento l’aumento dell’emissioni di CO2 in Spagna al fatto che loro utilizzano anche turbine per la produzione di elettricità…”

“Mamma mia, è geniale! che argomenti! dammi il link che me lo vado a leggere, non resisto! e voglio vedere cosa propongo loro! guarda, sto piangendo!!! uuuaaaaahahahahaaaaa!!!!”

http://www.italianostra.org/come_lavoriamo/gl_energia/gl_energia_eolico2.html

Auguri, Italia.

venerdì 6 giugno 2008

Good Old Pat

venerdì 30 maggio 2008

Taxi!

Un giorno qualunque, tarda mattinata. Percorrevamo l'autostrada io e Stan, a bordo di un taxi. Un tragitto piuttosto lungo, ma abbastanza lineare. Il taxista sembrava sicuro riguardo il percorso da seguire – il che, presagiva niente di positivo, purtroppo. La Volkswagen Santana correva sulla terza corsia, ai 100 all’ora. Si chiacchierava del più e del meno.

Ad un certo punto, e mentre la vettura superava una delle uscite dell’autostrada, Stan ha come un sussulto, mi dice “I think we…” e poi spara qualcosa al taxista. Dovevamo prendere quell’uscita, e l’avevamo mancata.

Mentre la mia mente già si adattava ad ammettere un piccolo ritardo e mi dicevo “nessun problema, possiamo…” il taxista frena. “Inchioda” mi sembra una parola grossa da usare, vista la qualità dei freni, ma l’intenzione in verità era quella. Poi (poi) guarda nello specchietto, casomai arrivassi qualcuno dietro (sempre in terza corsia). La sua intenzione che indovinavo subito, avendo sentito da colleghi esperienze simili, era quella di fare retromarcia (in terza corsia) per arrivare fino ad un punto agevole prima dell’uscita, attraversare le tre corsie in diagonale e finalmente proseguire il viaggio allegramente. E così ha fatto!

Mentre il demente guidava per duecento metri in retromarcia (sulla terza corsia), guardando solo dallo specchietto interno, Stan mi fissava terrorizzato, e sentenziava a voce alta “this is very dangerous”.
Certo, il livello di pericolo era notevole. Il taxista però non mostrava segni di cedimento emotivo, e accese addirittura la freccia destra al momento dell’attraversata delle corsie. Il concerto del clacson altrui gli disegnarono un breve sorriso in faccia.

* * * * * * *

Va be’, avrete capito che parlo di un fatto accaduto a Shanghai, Cina. Chi ci è stato è sicuramente pronto a credere sulla parola al mio racconto, e magari ne ha altri ben più succulenti riguardo i taxi della mega metropoli cinese.

Normalmente, la mia reazione a bordo delle “mitiche” VW Santana era di ridere istericamente dalla partenza all’arrivo. Non mi sono mai annoiato nel traffico di Shanghai, nei pochi giorni in cui sono stato il suo ospite.

E’ che lo spostarsi da un punto all’altro esige una certa preparazione prima della partenza, una dose di attenzione durante il viaggio, e un po’ di fortuna per arrivare a destinazione sani e salvi.

1) preparazione: consiste nel procurarsi l’indirizzo di destinazione per iscritto. Altamente consigliabile portarsi anche un bigliettino con l’indirizzo del proprio albergo/residence in modo di assicurarsi anche il ritorno... Non è pensabile salire su un taxi e rivolgersi all’autista parlando in inglese. Non sei in Germania, non sei in Spagna, non sei a Buenos Aires. Questi sono cinesi!
L’unica volta in cui ho provato a comunicare con l’autista verbalmente, dovevo andare in aeroporto per tornare a casa. Pensavo fosse sufficiente dire “PuDong”, che è il nome dell’aeroporto di Shanghai. Poi, avevo due valigie, cioè secondo te dove sto andando? ma il cinesino, dopo aver caricato le megavaligie nel baule, e aver sentito la parolina magica, sorrise ma diede segno di non aver capito. Allora senza perdermi d’animo, le mostro il biglietto aereo. Ma ancora niente. Ripeto la parolina. Nulla. Rimanevano i gesti. Allora estendo le braccia alzandole ad altezza spalle, simil-Cristo, e faccio “PFffffff” con la bocca. Ci è voluto anche l’oscillare delle braccia per fare capire al cinesino che si trattava di un aereo… e l’ho fatto pure ridere!
Comunque non è detto che tutto fili liscio anche con il bigliettino scritto in mandarino. I taxisti in genere sono ciechi come delle talpe. Tu consegni il biglietto (la mia azienda mi aveva fornito anche di una piantina uso taxi, addirittura plastificata), e quello – stai sicuro – mostrerà delle difficoltà disumane nel leggere/interpretare il testo stampato. Prima si leverà gli occhiali, ed avvicinerà il biglietto fino ad un paio di centimetri dagli occhi, muovendo poi il cartoncino da destra a sinistra o viceversa. Poi accenderà la lucina sotto lo specchietto per vederlo meglio. E poi, credetemi, lo girerà sotto sopra. Lo fanno sempre. Secondo me lo fanno apposta, e hanno una webcam nascosta che riprende il passeggero incredulo. Perché io capisco, leggere quella roba non è facile, poi questi poveracci forse non sono neanche andati a scuola, ma il gesto di capovolgere il biglietto è troppo.
Comunque. Siamo partiti dalla preparazione, e adesso stiamo per partire. Non siamo ancora in viaggio. Cioè, siamo in tempo a cambiare taxi, ma non sprecatevi. State sicuri che il prossimo sarà identico a questo.
Si parte! A proposito: se lui parla, approvate con sorrisi, “Ok!” e movimenti del capo. Questo lo tranquillizzerà assai.

2) durante il viaggio: purtroppo non sempre la lettura del biglietto corrisponde alla sua comprensione. Fate possibilmente i primi viaggi in compagnia di qualcuno più esperto di voi, e memorizzate i tragitti. Dovrete anche tenere d’occhio lo stato dell’autista. Molti di loro, soprattutto di sera, si appisolano al volante. Cercate di non allarmarlo con grida pianti o preghiere insulse. La cosa migliore è scatarrare un po’ facendo finta di essere cinesi anche voi. Il rumore non lo sveglierà completamente, ma lo terrà comunque quasi vigile. Capisco che evitare di gridare o piangere non sia sempre possibile. I primi viaggi in taxi avranno l’effetto di temprare i vostri nervi, e vi convincerete da soli che Dio esiste.

3) sei arrivato: non buttarti a baciare l’asfalto davanti a tutti! sei il solito europeo cagone. Paga quel povero Cristo, ringrazialo di non avere sbagliato strada, e inizia a pensare al ritorno!

lunedì 26 maggio 2008

anche questo è Bioetica

“…e anche questo è bioetica.” La voce del professore si era fatta più forte, lo sguardo più determinato, gli occhi alzati per guardare le mamme che ascoltavano. Nel lontano 1995, ho partecipato ad un paio di riunioni pre-parto insieme a mia moglie presso l’Ospedale dove sarebbe poi nata la nostra prima figlia. Di questi - godibilissimi - incontri tenuti dal primario del reparto, il prof. Giuseppe Ferrari, conservo una vaga memoria, e la frase che mi piacque assai, anche se non ricordo le parole esatte. Si parlava di soliti temi che interessano soprattutto alle neo-mamme tipo igiene, vestiario, pianti, ecc. Il prof spiegava con tono sicuro quelle cose che, chi ha cresciuto due o più figli poi scopre da solo: il bimbo mangia quando ha fame nella quantità che ritiene sufficiente, dorme quando ha sonno e si sveglia da solo quando è riposato, va vestito come noi ne più ne meno, ecc. Parlando appunto dei vestiti copertine cappellini guantini scarpine e tutto l’arsenale di extra-coperture con cui imbottiamo i piccoli dall’autunno alla primavera ed oltre, Ferrari interruppe il discorso pratico per darci una lezione più importante. Dicendo che i bimbi vanno rispettati e non torturati con vestiari troppo pesanti che li immobilizzano nella carrozzina, pronunciò le parole del titolo. Aggiungendo poi che si parla tanto di questo tema quando si discute di bimbi che devono ancora nascere, e quelli già nati e nelle nostre mani vengono trattati senza riguardi né rispetto, esercitando su di loro il nostro potere fisico e psicologico. E riflettendo sulla parolina Bioetica, che mi è tornata tante volte in mente in questi anni, mi rendo conto delle ingiustizie che quasi senza pensarci si infliggono ai figli. Gli obblighiamo a vestire come ci pare, li alimentiamo a dismisura, facciamo dormire poco se ci conviene in base ai nostri impegni o troppo per non dare fastidio se siamo stanchi, li trattiamo come idioti quando non sono d’accordo con noi, e allo stesso tempo li dedichiamo zero tempo per farli maturare con amore e pazienza. E’ così facile! loro hanno bisogno disperato di noi, e noi ci sentiamo con il diritto di agire come se fossero proprietà nostra. La Bioetica la usiamo poi per difendere poche dozzine di cellule e attaccare chi non la pensa come noi - e ce la dimentichiamo quando abbiamo un figlio tra le braccia.

La settimana scorsa la Sig.ra Franzoni è stata condannata per l’omicidio del suo secondo figlio. Non è mia intenzione giudicare se la condanna sia giusta o sbagliata. Ma l’agire della Sig.ra nel tempo trascorso fra l’omicidio e la sentenza mi hanno convinto della sua mancanza di rispetto per gli altri figli. Eppure non sento nessuno parlare oggi del fatto che il suo terzo figlio sia stato concepito durante questo periodo, mente lei ignorava quale sarebbe stata la sua posizione giuridica futura. Quale pietà, quale buonsenso, ha adoperato per decidere di fare nascere un figlio che da lì a qualche mese/anno poteva soffrire il dolore più profondo di vedere la mamma sparire per anni? Come mai è corsa dai giornalisti per diffondere nel modo più spettacolare possibile una notizia così privata? Il bimbo è contento di essere nato in queste condizioni? la ringrazia adesso, la ringrazierà in futuro?
Purtroppo il sistema giustizia è configurato in modo di provocare dolore agli innocenti più indifesi, cioè i bimbi separati dalle madri (superati i tre anni di età). Pochi altri fattori riescono a definire così di netto la nostra indifferenza nel confronto del dolore dei bambini. Anche su questo si potrebbe aprire un dibattito, ma per oggi ho pontificato a sufficienza.

Piove...

… e pensavo di scrivere un post un po' tecnico, di quelli dove l’autore se la tira facendo sfoggio di conoscenze esoteriche su come si è registrato un certo strumento, a quanti centimetri era il microfono, gli effetti usati in un certo modo segretissimo, e queste palle qua. Poi ho fatto un giretto su alcuni siti, in questo caso potrete capire la mole anomala di informazioni che si possono ottenere su internet riguardo una canzone dei Beatles! veramente mi sono un po’ pentito dell’idea di scrivere un post su una sola canzone, anche se il primissimo post di questo blog è un omaggio a Dear Prudence. Comunque, volevo solo raccontare da fan l’esperienza di sentire per la prima volta questa “Rain”, da piccolo (era l’estate del 1976), il brano aveva già dieci anni (oggi ne ha più di 40!) sul giradischi di mia cugina (grazie per sempre Tere). Il nome Beatles non mi era per niente nuovo, grazie ad un altro cugino che viveva con noi e aveva apportato degli EP (singoli 33 rpm con 4 brani) dei Fabfour. Ma non sapevo i loro nomi, non ero in grado di discernere una chitarra da un basso… e anche così, il riff di Paul mi travolse (come a tutti) al primo ascolto, il ritmo lento ma potente, rock fino l’ultimo capello, le chitarre sembrano cantare insieme a Lennon questa litania sulla pioggia

Rain

When the rain comes

they run and hide their heads

they might as well be dead…

che gli venne dopo aver osservato come la gente corre via dalla pioggia, ma si nasconde anche dal sole, lamentandosi addosso, mentre lui scopre che questi stati “reali” sono solo uno “state of mind” come insiste in farci capire “I can show you…” “Can you hear me…”.

Il brano acquisisce le sue sonorità psichedeliche con delle tracce di chitarra registrate e suonate al contrario, e abbassando la velocità del nastro portando il mix strumentale dalla tonalità originale (La) giù di un tono (Sol). Questo processo “gonfia” tutti i suoni, soprattutto quelli percussivi. La voce è stata aggiunta facendo invece cantare Lennon ancora più basso cioè applicando l’effetto contrario. Questo rende la voce più squillante e presente.

Il basso era un Rickenbacker, uno strumento che da lì a poco sarebbe comparso sui palcoscenici più importanti del rock, The Who, Yes, lo stesso Macca in Wings, Genesis, Deep Purple, tutti quelli che cercavano il suono più incazzato, roboante e preciso possibile nel basso ci si buttarono a capofitto. Paul lo usò in Rain, Paperback writer, Hello Goodbye, ecc. Le chitarre dello stesso marchio esistevano già da anni, ma il basso (4001) fece storia. L’elenco dei musicisti Rickenbacker lo trovate qui, e questo è il sito ufficiale.

Tornando alla canzone, non si fa fatica a riconoscerne la paternità di infinite altre canzoni di altrettanti gruppi rock, fino ad arrivare agli Oasis che volevano inizialmente chiamarsi “The Rain” in omaggio ad essa.

“Rain” la trovate nel Past Masters Vol II. Non è mai comparsa su un LP, ma come singolo a doppia facciata A insieme a “Paperback writer”.

lunedì 19 maggio 2008

Pat - grazie...

Ho postato una ripresa video fatta nel lontano 2005, durante una tre-giorni di full immersion metheniana. I fan di Pat potranno capire la meraviglia di stare seduti davanti a Lui mentre prova senza sosta per ore, mentre i suoi colleghi sono al bar da ore...
Potete apprezzare in background il bassista (e cantante per l'occasione) Rosario Bonaccorso, e il mitico David Oakes che saltella su e giù dal palco per assistere il Grande. Fuori scena, la carissima Carolyn osserva paziente.

I posted a 10' fragment of my shootings during the 2005 Sardinian Jazz Festival. There was 3 days of full - Metheny - immersion! A nice experience under the august heat during the soundchecks (me and my wife assisted every day) and the incredible concerts in the evening. Pat played with many "stars" of italian jazz - one for all - Enrico Rava. This video comes from the second day, after soundchecking with Roberto Gatto and Rosario Bonaccorso. Pat is always the last musician to leave the soundchecking, he is like a music-machine, no food, no rest, he just keeps playing until things sound ok for him. It's been great watching Pat playing in such a relaxed environment. I will post other fragments, sadly YT doesn't allow more than 10' pieces...


Fra poco, la seconda parte.

Buona visione.



venerdì 16 maggio 2008

La tomba della modernità


Io amo i supermercati. Da piccolo, trascinavo a forza i miei genitori i sabati pomeriggio all’autoservice (si chiamavano così una volta, a Buenos Aires) che in realtà era un grosso negozio di alimentari, come i mini-supermercati di oggi, con i carrelli e le casse elettroniche con il display luminoso e i tasti che facevano beep. La possibilità di prendere con mano gli articoli poi, senza l’ausilio dell’addetto al banco, era una grande soddisfazione per i miei umili dieci anni. C’erano tutti i biscotti che potevi immaginare, le saponette colorate, le patatine, i cosi di mais, la pizza pronta, le lattine di coca, e finiva tutto nel vecchio carrello ossidato, nell'attesa del passaggio in cassa.

Poi sono cresciuto, e la vita mi ha fatto incontrare, questa volta in Italia, con un iper-mercato, e questa volta di là del bancone, dove invece di spendere i soldini, mi beccavo uno stipendio mensile e d ero nel posto dei miei sogni. Certo, dei sogni fatti di cartone, di cellophane, finti e semplici. Per capirmi dovresti come me godere alla vista di uno scaffale carico, amare i cartellini dei prezzi in perfetta corrispondenza con la merce che descrivono, capire la disposizione dei prodotti, quale logica gli ha messi insieme o gli ha separati, come mai ad esempio lo zucchero si trova agli antipodi del sale nel settore alimentari.

Nella mia breve esperienza nella GDO ho visto tante cose curiose, lo specchio all'ingresso per mostrarti come "ti vede il cliente", il "BGA" (buongiornograziearrivederci), le squadre che alle quattro del mattino caricano i banchi, la sicurezza in borghese che spinge finti carrelli e becca i ladri al volo... è un mondo veramente da scoprire. Ve lo consiglio come primo lavoro - e anche come lavoro a vita, se ce la fate a fare carriera.

Da i miei dieci anni fino i miei ventitré, la Grande Distribuzione aveva inventato il codice a barre, il pallet, la capacità lineare, il treperdue, la testa di gondola, il marchio proprio, e aveva capito che poteva tenere i fornitori per le palle intanto che doveva cullare i clienti come neonati abbandonati davanti alle porte automatiche.

E allora vai con l’ampio parcheggio all’ingresso, la cortesia la convenienza e le cassiere fighe (grazie Bisio), l’imbustamento automatico con i sacchetti gratis, gli sconti le carte fedeltà il carrellino per l’handicappato e per il bambino futuro cliente, la cassa veloce la cassa per la donna gravida la cassa per quelli con la tessera, le scale mobili il pane fresco la bilancia self service eccetera ecc.

Ai miei occhi, tutto ciò dimostra e mette in risalto ancora una volta la grandezza dell’uomo inteso come figlio di una forza superiore, votata alla bellezza e all’amore. Anche voi l’avrete pensato più di una volta, varcando l’ingresso illuminato a giorno del vostro iper di fiducia.

Ma la felicità che incontro quando vado a fare la spesa, ha il suo rovescio della medaglia. E cioè, la spesa ha un inizio ed una fine. Le tecniche che ho sviluppato negli anni per accelerare il più possibile l'evasione del post-it attaccato al manubrio del mega-carrello falliscono in miseria quando sono a pochi centimetri dell'uscita. Quello davanti a me, siccome siamo in Italia, paga in contante. E già lì mi diventa antipatico. Poi la cassiera, senza pensarci due volte pone l'orrenda domanda:

- Sono centoeventuno-e-settantasei. Ha mica un euro e settantasei?


Quanto segue è il replay di uno spettacolo dantesco. L’imbecille di turno pronuncia il fatidico “– si, ho tutte le monete che vuole anzi mi fa un favore perché queste monetine veramente non so cosa farmene che fastidio!non valgono niente l'euro vabbene ma i centesimi neanche i miei bimbblablablablablabla” e mentre sbava parole insensate si rivolta le diciassette tasche dello stramaledetto giaccone, portafoglio, pantaloni dove man mano trova monete di tutti i diametri che si accumulano in mano, poi stende il suo schifoso mucchietto di rondelle verso la cassiera offrendole soddisfatto il tesoretto. E' chiaro che non ha ascoltato la cifra pronunciata dalla tipa, e si comporta di conseguenza come un bambino ritardato. La suddetta preleva una due tre quattro cinque sei e poi le riconta, le monete, le appoggia sul ripianino di acrilico, alcune cadono sul coperchio alzato della cassa scivolano e si infilano chissà dove, non importa, no, questa è sua, mi dia ancora due, ecco ci siamo io le do cinque di resto, (...) un'attimo (...), e passano i secondi, tempo buttato al mare dell’incapacità e io penso come mai questi ritardati non forniscono di miliardi di strafotuttissime monetine (cos'è, non avete soldi, vi mancano queste monetine, qual'è il problema) queste stordite di cassiere ignoranti che credono di fare un favore chissà a chi a chiedere le monete Dio le strafulmini per non dare il resto che alla fine è l'unica cosa che devono fare santa monetina.

Come mi sta sulle palle quando ti chiedono le monete!

giovedì 15 maggio 2008

Bamboccioni : Teoria e pratica




Lo dico subito: pochi argomenti riescono ad incollerirmi più di questo. Parlo degli italiani bamboccioni, così denominati dal dottor Tomasso Padoa Schioppa. Quando l’ormai ex-ministro espresse il suo autentico rifiuto per un costume italiano che forse reputava anti-moderno e pocchissimo liberale, ci fu una reazione nella società che, anche se quasi scontata, mi lascio’ con l’amaro in bocca. Vero è che la parola “bamboccioni” poteva suonare spregiativa al quanto. Ma TPS non è un politico, ne lo sarà mai, per cui non vuole piacere a nessuno. E dall’altro lato, come sempre accade, si rifiuta in toto il discorso, senza mai provare a riflettere e cercare di capire se magari c’è qualcosa di distorto nelle nostre convinzioni e abitudini.

La reazione alla simpatica strillata del ministro da parte dei genitori dei suddetti bamba, è stata identica a quella che scatta quando il piccolo energumeno riceve un brutto voto: insegnanti incapaci – cretini – ti denuncio . In questo caso: chi si crede il ministro? cosa capisce della nostra realtà di miseria e privazioni? Perché voler dividere le famiglie?

La reazione del adolescente anziano è stata: “ma come faccio? io lavoro! io studio! mi volete togliere colf e finanziatori così di colpo? Ma mi volete vedere morto??? E i soldi???” Perché siccome c’è il discorso che in Italia si è tutti al bordo dell’indigenza, allora è impensabile che un single con uno stipendio possa sopravvivere. E questo purtroppo è un altro di quei argomenti che mi fanno invecchiare di un paio di anni ogni volta che ci penso. Lo sviluppero’ in futuro, quando saro’ piu calmo.

In Italia, vivere con i genitori implica non avere nessuna responsabilità ne aspettative riguardo la gestione della abitazione, della propria biancheria, della preparazione dei pasti, la pulizia, eccetera. Questa è la base standard da cui si parte, e le variazioni vengono viste come esperimenti sociologici fuori luogo da parte dei soggetti coinvolti (padri e figli). I “bimbi” che superano il quarto di secolo, a casa si comportano da seienni, e a tutti va bene così.

Il problema economico si utilizza come scusa di base. Perché il trentenne non arriva a fine mese, neanche abitando chez mamma: bisogna mantenere l’amante (che porta nomi diversi tipo Audi, Golf, Mini, Punto ecc), le domeniche allo stadio, la disco il giovedì venerdi sabato e domenica, il cinema, i bar, il happy hour, i partner vari, le vacanze in Spagna, i vestiti, le cene fuori, gli hobby (tutti carissimi), gli tre o quattro sport accessoriatissimi, con palestra e piscina annesse e cosi via. Questo è il modello di povero giovane senza futuro in questo paese. E come cazzo si fa a tirar fuori un affitto dalla suddetta baraonda di spese? Comunque no, niente affitto, è meglio comprarla la casa.

Allora dopo pocchi giorni scatta la mail simpa che fa i conti di quanto ci vuole per comprare una casa, e guadagnando 1000 euro al mese. E li’ veramente mi sono cascate, raga. Scusatemi, voi mi avete accolto nel vostro paese con un amore pazzesco. Ma mi fate incazzare lo stesso!

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Qualche mese fa dunque mi è arrivata la solita mail “di ridere” dal mio amico Masino, il mio spacciatore più fidato. Peccato che la mail, più che ridere o riflettere… mi ha fatto scatenare lo straniero che c’è in me. Leggete la mail originale e i commenti di un po’ di persone amiche.

Storico delle mail bamboccioni

E per completezza, vi linko qualche testo MOLTO interessante più la notizia originale.

http://zenhabits.net/2008/05/five-ways-to-cope-when-your-child-returns-to-the-nest/

http://www.corriere.it/politica/07_ottobre_04/padoa_bamboccioni.shtml

http://marygodiva.blogspot.com/2007/10/i-bamboccioni-fuori-di-casa.html?showComment=1191784260000

martedì 13 maggio 2008

"D" è bello


In un post precedente, ho raccontato il percorso di scelta della nostra nuova autovettura, e moltissimi di voi sono rimasti entusiasti e chiedono notizie al riguardo. Passati i primi 5.000 km, aggiungo oggi questo nonalogo dedicato a chi sta meditando l’acquisto di una macchina dotata di cambio automatico.
Si parte!

1- discuti la tua avveniristica scelta con altre persone e richiedi tutte le opinioni che vuoi, ma filtra le risposte: considera valide solo quelle di chi adopera/ha adoperato in passato il cambio automatico. Infatti, il tipico commento che riceverai dal rimanente gruppo sarà più o meno “Automatico? Nah, l’automatico mi fa cagare non mi piace…” sommato a uno o due argomenti per sentito dire trent’anni fa (“si rompe!” “è lento!” “io sono un genio con il manuale!”). I possessori di cambio automatico invece è un gruppo socialmente ristretto che ha capito tutto della vita e dal quale entrerai a far parte.
2- relax: all’inizio, ti verrà naturale di irrigidire il collo e la schiena ad ogni passaggio da una marcia all’altra. Questa reazione al comportamento primitivo delle macchine a cambio manuale, che serviva a porre resistenza alle costanti decelerazioni/accelerazioni, non è più necessaria.
3- guida: il comportamento, oltre al essere più fluido, a parità di potenza diventa più performante. Manovre che sembravano proibitive prima, diventano possibili, aiutandoci per esempio a bruciare in partenza gli altri districarci meglio nel traffico di tutti i giorni.
4- piede sinistro: quando senti che il tuo piede sinistro prende vita e punta verso il primo pedale a sinistra, fermalo - anche con le maniere forti. Credimi, alla prima distrazione quello prende il controllo del freno, e sono guai.
5- consumi: il consumo è più alto, non c’è un cazzo niente da fare. Non credere a chi ti dice di no. E questo può anche essere un vantaggio, se lo scopri scrivimi, grazie.
6- occhio: abituati, ma godi anche: al semaforo, quando viene il verde devi premere prima il freno (per sbloccare lo stick) poi infili “D” molli il freno ed acceleri. Quello dietro si innervosisce per un attimo, nel vedere gli stop accendersi al verde, e poi ti vede schizzare a razzo e diventare un puntino, mentre lui ha a che fare con pedali, leve e manovre arcane. Quale soddisfazione maggiore nella vita?
7- in salita: uno dei miei crucci quando aspettavo la mia D5 è stato il timore a non riuscire nelle partenze in salita (abito in una zona collinare). In realtà è banale. Quando sei in “D”, il motore spinge la macchina (anche se molto piano) anche senza premere il pedale, per cui in salita, quelle più bastarde, al massimo sei fermo. Ideale per le donne al volante.
8- orari: non ti servirà più moltiplicare per due il tempo teorico del percorso per ottenere una previsione veritiera. Noterai come si arriva prima dappertutto. Si va più veloci, senza accorgersene. Arriverai sempre in anticipo.
9- futuro: fra pochi anni tutti passeranno al cambio automatico. E tu sarai avvantaggiato alquanto, avendo lunga esperienza di LLB (Left Leg Blocking) e TSYWITSYG (The Speed You Want Is The Speed You Get), cioè sarai una persona migliore e attenderai al varco la maturazione dei LFOTS (Last fans Of The Stick). Sei il precursore di un mondo migliore. Adesso vai e ordina la tua nuova vettura!

lunedì 12 maggio 2008

Scusa


http://www.unionesarda.it/DettaglioCategorizzato/?contentId=24920

Adesso, fra Schifani e Travaglio, è una sfida di simpatia. Veramente, sono due esseri che te li porteresti a casa a chiacchierarci insieme tutta la sera. Si vede che è gente semplice, senza odi e senza pre-concetti. Quanto mi piacciono tutti e due!

Non so voi, ma io quando vedevo Schifani in tv mi veniva l’acidità. Prima di adesso, dico. Schifani e Cicchito erano le facce di una roba ipocrita e stracarica di negatività. Adesso sembra che si parli di uno statista di primo ordine. Mah. Ho capito che, diventando capo del Senato, diventa anche lui più bravo e più buono. Ma ci vuole veramente un atto di fede, raga.

E Mr. Travagio, finchè per sentito dire, mi stava simpatico. Adesso non più. Anche lì, è una questione di pelle sicuramente. Sono io che sono fatto male, e scusate.

Il fatto è che tutti si sono messi a criticare questo e a difendere quell’altro, ma nessuno prova a negare le affermazioni… che le avevo già lette da qualche parte… come mai? non ne vale la pena? ma non trovate strano, nessuno a rifiutare con argomenti, come si fa d’altronde in democrazia? Si chiede solo scusa, spinti da dietro da capi che rischiano la poltrona. Veramente triste.

Anch’io allora, per non rischiare: mi state simpatici, e siete trasparenti ed innocenti, sicuro sicuro.

martedì 22 aprile 2008

Era tutto chiaro

Alla fine ho comprato l’auto nuova. E’ la nostra auto numero sette, da quando ci siamo sposati. Ed è la settima macchina nuova che acquistiamo. Voglio dire, nuova di pacca, primo proprietario. Tutte – fino ad adesso. Già due o tre macchine fa mi ero ripromesso di non comprare mai più un veicolo nuovo. "Il mercato offre esemplari usati a prezzi convenienti e la qualità generale si è innalzata per cui una vettura tenuta decentemente non presenterà malfunzionamenti per molte decine di migliaia di chilometri." Questo è il ragionamento che fanno i bravi “padri di famiglia”, come ne conosco molti, tutti più bravi di me. Provo tanta invidia per questi che fanno scelte in questo senso, portando avanti un discorso persino “etico”, e ci aderiscono senza rimpianti, anzi, mostrano soddisfazione per aver vinto il sentimento di lussuria che accompagna l’acquisto di una vettura nuova di un certo livello. E vanno in giro così, a bordo dei loro cassoni Opel, Citroen, Ford, sfoggiando certezze ai quattro venti, che io non avrò mai.

Ma ditemi anche come si fa a resistere alla concessionaria, dove ti sorridono, ti raccontano meraviglie del nuovo modello, che in confronto alla merda che vendevano l’anno scorso sembra un’astronave? Come si fa, che ti fanno scegliere il colore, che te la fanno provare, che te la fanno pagare in duecentomila rate, la meta’ oggi e l’altra metà a babbo morto, quando chissà se ci saremo ancora, ma quanto mi conviene, ma non è che li sto fregando tutti? Poi vedi un auto usata, il modello vecchio, con un nome che non compare più neanche sul 4ruote, il sedile sfondato da chissà quale culone grasso, il volante afferrato per anni da Pino il pescivendolo di fiducia di Porta Palazzo, il cruscotto che sembra disegnato da Fred Flinstone, dio come si fa a comprare ‘sto cassone? Poi cos’è, Euro zero?!?! poi mi fermano e che faccio… le targhe alterne… la ztl… le domeniche a piedi… le cavallette!!!! No, non ci stò. Gli argomenti si sprecano e ci rimbalzano in testa dandoci ragione. Macchina nuova, non se ne parla più. Stra-ecologica, consumi ridotti, bollo gratis, park-assist, condizionatore bi-zona, porta bicchieri, mai più senza, di tutto. Torno dal mio amico venditore (che di colpo ha una fretta maledetta nel chiudere, come fanno i bravi venditori), e due ore dopo ti trovi a festeggiare l’avere spesso una fortuna per lo stesso cassone – nuovo però. Euro quattro.

Non vi dico ancora QUALE macchina ho scelto, ma vi do degli indizi, così capite cosa cercavo, e cosa non ho comprato. Avevo voglia di una macchina molto grande, magari con sette posti. La famiglia è dimensionata a quattro, ma abbiamo sempre qualcuno in più da portare in giro. Poi le auto a sette posti in genere sono “modulari” e lo spazio cresce se si tolgono i due sedili della terza fila. Mi piaceva l’idea di guidare una macchina alta, spaziosa. E siccome faccio molti chilometri al giorno, pensavo a un benzina, da adattare per il GPL. Parametri scolpiti nella pietra, inamovibili.
Così, visto che la moglie gode di incredibili sconti presso una particolare fabbrica, avevamo puntato alla Phedra. Gran bella macchina, lussuosa, comoda, scontata. Poi scoprì appena in tempo che sarebbe uscito il restyling da lì a un paio di mesi. Allora, niente Phedra.

Altra macchina che poteva andare era la Chrysler Grand Voyager. Quanto è bella! e anche spaziosa, comoda, quasi regalata... ma da lì a poco sarebbe uscito il nuovo modello. Non potevo aspettare, e non volevo il modello vecchio. Niente GV.

Poi mi sono messo a cercare qualcosa di grande, ma a trazione integrale. Abitiamo in una zona collinare, e sarebbe comodo poter andare in giro anche con la neve. La scelta su questo segmento poteva andare sulla Honda CRV. Ma non abbiamo presso la CRV. Un po’ troppo piccola. E purtroppo i fuoristrada veramente grandi (tipo il Land Cruiser) non erano alla mia portata.

Comunque, vi sarete fatti un’idea di cosa cercavo. Era tutto chiaro. Così alla fine, senza neanche pensarlo due volte, abbiamo scelto la Volvo V50. Vedete cosa vuol dire avere dei punti fissi già dall’inizio? E già che c’era, abbiamo preso il modello più caro, che consuma come un elefante obeso, con l’allestimento più caro. Diesel. Si, vabbè, non è altissima… è un modello stravecchio… il 2.4 a 5 cilindri e 180 cavalli non è un esempio di ecologia attiva… uffa!!! potrò comprare ciò che voglio! E poi chi la voleva la macchina alta, ingombrante, brutta, scomoda? ma dai per favore...

Ma una cosa non l’ho mollata, e anche questa era una fissazione da due o tre macchine fa, e mi sono impuntato: cambio automatico. Ma questo è un altro capitolo!



lunedì 21 aprile 2008

La gente è fatta così

Questa mattina ero in macchina, fermo ad un semaforo… cioè, un semaforo si poteva indovinare, appena, in lontananza; roba da centinaia di metri. Più che altro ero in coda. Adesso, non lo racconto soltanto per lamentarmi – lungi da me. Cioè si, in quel momento preciso mi lamentavo, della coda. Avrete notato, come me, che molta gente, quando è ferma in coda, si lamenta. Precisamente, si lamentano a causa della coda. Non ascoltano più la radio, non guardano più le ragazze che aspettano il pullman, aprono la mente al solo pensiero/lamento “maledetti tutti questi che si sono messi in coda – Dio li strafulmini.” Poi, arrivati in cima alla coda, ogni partecipante - rafforzando ulteriormente teorie universali sull’ignoranza -, riesce a retro-alimentarla applicando ai movimenti propri una accelerazione quasi nulla. Cioè, perde tempo, quantificabile a volte in milisecondi, invece di darsi da fare a smaltire la stramaledetta… ed è che la gente è fatta così. Cioè, più che altro, è fatta male, molto peggio di noi stessi.

Questi attenti ragionamenti – sulla gente, sulla lentezza, il pensiero universale, l’altissimo livello di rischio tamponamento da parte dell’idiota che è dietro - affiorano precisamente quando si è in coda. Non puoi avere dei pensieri positivi, se sei in coda.

E precisamente, questa mattina andava così. “E in più squilla il cellulare”, mi sono detto mentre squillava il cellulare. Sarà che sono fatto male e odio parlare al telefono. Soprattutto se mi chiamano, cioè se devo rispondere a delle domande. “Raccontami” Dimmi” “Come mai” “Senti” “ti volevo chiedere” e già mi viene la pelle d’oca, mi manca l’aria, e rispondo con nullità varie. Non deve essere bello neanche per i miei interlocutori, perché normalmente devono tenere una conversazione praticamente da soli, con me che interrompo le frasi a metà per pronunciare le mie sillabe inconcluse.


Un vantaggio (credo l’unico) della vita moderna è il telefono con display. Il display serve a uno insicuro come me per confermare quella decina di volte che il numero digitato è giusto, prima di inoltrare, ma -e soprattutto- per vedere CHI ti sta chiamando (uau). Questo mi è utile alquanto, perché posso sapere a chi NON sto rispondendo.

Adesso, però, ero in coda, in preda all’odio represso. Mi si offriva un diversivo, un contatto esterno che mi avrebbe separato per un pò dagli altri codanti. E poi... che mi costava rispondere al mio amico? Ignorando i miei stessi principi (ma anche per zittire lo stramaledetto cell), rispondo. “Ueh!”


Il mio amico non apre mai una conversazione telefonica come farebbe chiunque. Normalmente tenta di imitare un’operatore di call center di quelli che ti pongono le domande più astruse tipo “Qual è il suo grado di soddisfazione riguardo l’operatore ecc ecc” che a uno gli cascano per terra e vorrebbe mettere giù. Lui però non riesce mai ad ingannare chi lo ascolta, soprattutto grazie al benedetto display di cui sopra, e perché dovrebbe convincerti che gli operatori arrivano tutti da Buenos Aires e parlano come Gabriel Battistuta. Ma insiste ogni volta, ed è divertente lo stesso. Una volta saltato l’ostacolo, arriva il motivo della chiamata.

“Ciao, ti ho chiamato solo per salutarti e augurarti una buona giornata.”

E questo è uno dei motivi per cui una persona che conosci, tu la puoi chiamare amico – ecco.

E’ finita la coda!

giovedì 10 aprile 2008

Cara Prudenza,


won’t you come out to play?

Capita di ascoltare un brano musicale, addirittura un intero album, fino ad arrivare al punto di ricordare ogni nota, ogni timbro, ogni inflessione delle voci, e cristallizzarlo nella mente. Quante volte può una persona ascoltare “Stairway to Heaven” o “Let it be” o metti la canzone che ami di più, prima che arrivi il rifiuto, la noia, e la testa chiede per favore di non buttare altri quattro minuti della tua vita restando inerme di fronte allo stereo, ascoltando qualcosa che sai a memoria? A me capita molte volte, di sentire il bisogno di fermare il cd o cambiare radio quando parte uno di quei brani amatissimi ma ormai incorporati e digeriti tante volte di poter “ascoltarli” a memoria senza bisogno di supporti esterni.

Eppure, a volte capitano miracoli. Compare all’improvviso quel accordo, quella battuta che annuncia i minuti seguenti, e tu rimani lì, come un cane che ascolta un fischietto, la memoria che tenta di isolare il nome della canzoncina… ed è come ascoltarla per la prima volta. Scopri che una canzone di trent’anni fa è registrata che sembra ieri, i suoni sono moderni, la performance è perfetta, il testo ti emoziona di nuovo…

Mi è capitato con la canzone del titolo, Dear Pudence. Ci sono ritornato di proposito, dopo un “input” durante un concerto in Sardegna del favoloso Pat Metheny, in cui i musicisti, durante una lunga jam, accennarono il brano, dietro suggerimento del pianoforte di Antonello Salis. Grande gioia capire che loro, quei “mostri” sul palcoscenico valutano il tuo amato brano meritevole di essere interpretato. Anzi, trattandosi di Pat – e conoscendo la sua “deontologia” - sicuramente avrà riflettuto a lungo prima di avventurarsi a suonare un pezzo dei fab four. Sono state poche meravigliose battute ma hanno riacceso in me la meraviglia ed il fascino di un brano emozionante, semplice, fresco, perfetto.

Se non lo conoscete, date una “ascoltata”, possibilmente in una giornata soleggiata!